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lunedì 13 maggio 2013

Schiuma (ma non andò veramente così)


Questo racconto è costituito di immagini di pura fantasia. Ogni passaggio puramente casuale è un riferimento a persone o luoghi esistenti e a fatti realmente accaduti.



“Morirò tra circa undicimilaventitré giorni. Circa.”
Ti ritrovi con il tuo pallido bicchiere di vermouth appoggiato al lavandino di questo lurido cesso in cui ti costringo ad ascoltare i miei più assurdi e viscerali lamenti.
“Undicimila giorni e poco più.”
Pensi che siano pochini, che sono messo male, che forse, se è proprio così poco che mi rimane, è ora che prenda il toro per le corna faccia qualcosa della mia vita e ti accendi quel mozzicone di toscano rimasto. Nervosamente, come fai sempre. Pensando a un miliardo di altre cose. Un orecchio ad ascoltare gli sproloqui sbiascicati di un ubriaco, che non reggi decisamente più e la mente che vaga per i fatti suoi e pensi che se non ci muoviamo da questo cazzo di cesso il numero di quei giorni, citato poco fa, si ridurrà drasticamente.

martedì 30 novembre 2010

Fango di Woodstock

(a qwerty story)

Quella woodstock esplose rapida tra yé-yé urlanti in orgie psichedeliche, adolescenti svestiti da forme, giovani hipster jazzofili. Kate la zingara, x civetteria volle ballare nel mondo.

Molignì

venerdì 4 settembre 2009

ΚΑΤΑ ΤΟΝ ΔΑΙΜΟΝΑ ΕΑΥΤΟΥ


Parigi. La città per eccellenza di ogni artista. Una città magnifica, che ti prende per mano e ti coinvolge e ti avvolge in un clima nuvoloso, ma caldo, contemplativo. E non puoi fare altro che lasciarti trasportare con lei in un’allegra danza. Tra le vie, i cafè, le vetrate opache, le gonne e i capelli al vento, le luci soffuse, le risa. Ogni sedia o tavolino dei cafè di Parigi è rivolta verso i passanti. Come a sottolineare che lo spettacolo da guardare è la città stessa e la gente che ne viene incantata. Che si perde in essa. Io ero li. E non in un posto qualunque. Ero a Père Lachaise. Ero lì davanti, davanti alla tomba di Jim Morrison.

giovedì 28 maggio 2009

Masnada

Cinquantaquattro carte. Un bottiglia di Herradura. Un po’ di sale e limone. Nient’altro.
La prima carta è l’ otto di picche, un numero tondo, un numero alto. Buono come inizio. Poteva andare meglio ma è un buon inizio.
Ho voglia di scartare subito un’altra carta, non ho voglia di soffermarmi troppo sulle picche.
La donna di quadri. Consigliera ma potenzialmente scomoda. La sposto sulla destra come faccio sempre con le figure. D'altronde la donna di quadri non è che una ciarlona. Gli piace parlare, rivelare tutto. E subito. Io invece non ho voglia né di parlare né di pensare. E poi ho come una repulsione verso i buoni consigli. Primo perché sono buoni. Secondo perché io queste carte, stasera, voglio godermele fino in fondo.

venerdì 1 maggio 2009

Un vecchio sconosciuto



A Roma, di notte, l’aria è color arancio. La notte stessa è arancio. Il cielo è d’un blu scurissimo, offuscato dalle mille luci e dai palazzi della città e i lampioni stanchi, tristi e ingialliti dallo smog del traffico cittadino, tingono l’aria d’arancio, vivo, intenso, che non è né giallo asettico né rosso passione, è allegria. Ed è proprio questo colore allegro a rendere tutto il resto quasi malinconico, immobile e immutabile ma allo stesso tempo magico, sacro. A Roma, ogni notte sai che non potrai startene lì avvolto in quell’arancio e non assaporare ogni tuo singolo gesto come essenza, sai anche però che tutto ciò che succederà in quella notte non scalfirà ciò che hai intorno perché è così da sempre ed è così che deve essere una notte. Appena uscito dal lavoro mi strinsi nel cappotto, salutai un collega e mi avviai alla fermata. Ero stanco ed avevo freddo e dovetti aspettare più di mezz’ora che arrivasse il tram. Una volta seduto avrei voluto aprire il libro che avevo nello zaino ma preferii utilizzare il tempo di quel piccolo viaggio per rimanere così con lo sguardo perso nel vuoto a far ballare caoticamente pensieri nella testa. Credo che sia indispensabile nella vita di ognuno qualche momento di vuoto. Io non potrei proprio farne a meno.