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venerdì 1 maggio 2009

Un vecchio sconosciuto



A Roma, di notte, l’aria è color arancio. La notte stessa è arancio. Il cielo è d’un blu scurissimo, offuscato dalle mille luci e dai palazzi della città e i lampioni stanchi, tristi e ingialliti dallo smog del traffico cittadino, tingono l’aria d’arancio, vivo, intenso, che non è né giallo asettico né rosso passione, è allegria. Ed è proprio questo colore allegro a rendere tutto il resto quasi malinconico, immobile e immutabile ma allo stesso tempo magico, sacro. A Roma, ogni notte sai che non potrai startene lì avvolto in quell’arancio e non assaporare ogni tuo singolo gesto come essenza, sai anche però che tutto ciò che succederà in quella notte non scalfirà ciò che hai intorno perché è così da sempre ed è così che deve essere una notte. Appena uscito dal lavoro mi strinsi nel cappotto, salutai un collega e mi avviai alla fermata. Ero stanco ed avevo freddo e dovetti aspettare più di mezz’ora che arrivasse il tram. Una volta seduto avrei voluto aprire il libro che avevo nello zaino ma preferii utilizzare il tempo di quel piccolo viaggio per rimanere così con lo sguardo perso nel vuoto a far ballare caoticamente pensieri nella testa. Credo che sia indispensabile nella vita di ognuno qualche momento di vuoto. Io non potrei proprio farne a meno.
Comunque, ero lì che guardavo fuori dal finestrino pensando a chissà cosa quando vidi riflesso nel vetro il volto di un signore sull’ottantina che seduto di fronte a me, fissava malinconico la città passare veloce al nostro fianco. Di sicuro era un bel tipo. Portava un completo marrone un po’ vecchiotto, sotto al quale risaltava un gilet verde pisello. Le sue scarpe però, anch’esse marroni, ma più scure, erano nuove e ben lucidate. Si vedeva che per tutta la vita aveva indossato completi del genere. Aveva in testa una coppola intonata al completo ed in mano un lungo ombrello grigio che teneva tra le gambe. La cosa che mi colpì maggiormente però fu il suo volto. Aveva due occhi azzurri un po’ tristi e spenti ma curiosissimi, che si muovevano incessantemente di qua e di là in cerca di dettagli da captare. Aveva la barba bianca rada ed un po’ incolta. Si vedeva comunque che gli dava fastidio perché si massaggiava spesso con la mano entrambe le guance. La cosa bella era che aveva ad ogni secondo un’espressione diversa poiché era quasi completamente senza denti e le labbra gli si muovevano di qua, di là, in dentro e in fuori senza mai rimanere ferme un attimo. Non si accorse, che avevo cominciato a fissarlo infatti invece di girarmi con la testa rivolta verso di lui ero rimasto a fissare il riflesso nel finestrino. Ne ero catturato. Mi sembrava fantastico quel suo modo buffo di muovere le labbra e le guance a mo’ di comico accostato ai suoi occhi di ghiaccio, dietro cui si nascondevano tutti quegli anni di vita, fatiche, gioie, limitazioni, di rimorsi e di rimpianti, che scrutavano attentamente la città. Cominciai così a immaginare cosa avesse potuto portarlo fin lì su quel tram davanti a me vestito in quel modo, con la barba incolta, l’ombrello e la bocca quasi sdentata. Chissà perché non aveva una dentiera. Chissà se era cosciente di tutte le espressioni e le boccacce che faceva. Chissà se era triste oppure quello era solamente uno di quei momenti vuoti di ognuno di noi in cui lo scorrere del mondo ti ipnotizza e ti mette davanti a te stesso e viaggi, seguendo il flusso dei pensieri e del mondo attorno a te. Chissà quanta vita dietro alle rughe del suo volto. Chissà se mi conoscesse cosa direbbe di me.
Poi ad un tratto mentre ero assorto in tutte queste domande senza risposta, notai che le sue mille espressioni stavano cambiando, quasi ad incontrarsi tutte in un largo sorriso. Inarcò le sopracciglia. Si bagnò le labbra con la lingua e cominciò a battere la punta dell’ombrello per terra e proprio mentre ero li intento a capire cosa caspita fosse passato nella sua testa per renderlo di colpo così vispo rispetto a prima, abbandonai il riflesso del finestrino e notai che il tram era fermo e proprio davanti al nostro sguardo c’era una donna, piegata a novanta gradi a cercare qualcosa sul sedile posteriore della sua macchina. Guardai stupito quell’immagine finché la ragazza non si raddrizzò, chiuse a chiave la macchina e se ne andò bellissima per i fatti suoi. A quel punto istintivamente girai lo sguardo e il vecchietto seduto di fronte a me che si era voltato un secondo prima, appena incrociò i miei occhi, contrasse tutte le sue rughe in un sorriso che scoprì gli unici due incisivi che gli erano rimasti e poi mi strizzò l’occhio divertito e complice. Cominciai a ridere e di rimando rise anche lui e così ridemmo come fanno due amici che non si vedono da anni, insieme, di gusto, senza dire una parola, ridemmo a crepapelle.


Molignì

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